I disegnatori di fumetti sono stati spesso attratti dal calore del sole africano, sotto il quale le loro matite hanno immaginato un continente di misteri, magie e avventure. Bourgeon, Hogarth, Swarte, Desorgher e Desberg, Hergé... Un giro in Africa è d’obbligo: sono state segnalate le presenze di Spirou, Michel Tanguy, Tintin, Tim Tyler, Phantom e altri. Visitatori frettolosi che consegneranno ai lettori europei un’immagine stereotipata del continente.
Reciprocamente, anche i disegnatori africani sono attratti dal linguaggio del fumetto europeo, e lo hanno ripreso in tutte le declinazioni della ligne claire e del realismo minuzioso. E non sempre nell’ambito di una rispondenza tra “scuola” e area geografica, come verrebbe da pensare, perché il kenyano Anthony Mwangi cita Hergé in Safari ya anga za juu e Gado, che è nato a Dar es Salaam, riprende il tratto di Uderzo in Abunawasi; alla Réunion, David Bello guarda ai manga giapponesi nel suo Dragon Ball Z e Grégoire, in Ipso Facto, fa pensare a Brant Parker.
Quale immagine dell’Africa possono offrire a noi lettori europei queste storie che non sono destinate a noi?
Esaminando il ricco materiale (oltre 300 lavori schedati e scelti per la mostra) che si è riusciti a raccogliere e che rappresenta una ventina di paesi sugli oltre cinquanta oggi esistenti nel continente africano, si impone un dato puramente visivo: questo fumetto è, nel suo insieme, tecnicamente e graficamente diseguale.
Una parte di esso è molto simile ai “protofumetti” italiani degli anni Trenta e fa pensare a una produzione giovane, che inizia soltanto ora a crescere e svilupparsi, relativamente attardata rispetto al fumetto europeo e americano. Ma un altro corpus è invece smaliziato, persino sofisticato.
Questa asimmetria impone una valutazione, introdotta da una panoramica della
produzione e del consumo del fumetto africano nel tempo. Essa aprirà una prospettiva
differente e più complessa.
Footfalls echo in the memory
Down the passage which we did not take
Towards the door we never opened
Thomas S. Eliot, Burnt Norton, I
Gli africani hanno conosciuto il fumetto in tempi relativamente recenti. Dall’Ottocento - quando il fumetto è nato e si è sviluppato - sino all’inizio della “decolonizzazione”, le uniche pubblicazioni a fumetti che circolavano in Africa provenivano dalla madrepatria. L’eccezione, la tradizione di caricatura e vignetta satirica consolidatasi dal 1880 nella Colonia del Capo, nel solco britannico di Gillray e di Cruikshank (le vignette di William Schroder sui settimanali The Zingari e The Lantern, quelle di Daniel Boonzaier, Thomas O. Honiball e Eric Thamm su Die Burger, su Vaderland e su Die Transvaler), era anch’essa destinata ai coloni bianchi.
Bisognerà attendere le “indipendenze” per trovare esempi di fumetto realizzato da africani per lettori africani. Via via che i paesi indipendenti iniziavano i programmi di alfabetizzazione (una delle priorità politiche degli stati indipendenti), si creavano i presupposti per la nascita di un fumetto fatto in Africa da autori locali.